Fumò all’incirca un pacchetto di sigarette in due ore; era la fine del 2015. Novembre o Dicembre, non ricordo con esattezza.
I momenti di silenzio che intercorrevano tra un racconto e l’altro erano roboanti.
Tante le bottiglie aperte nella bottega, anche più datate, chissà da quanti giorni. Lino Maga, il Signor Barbacarlo, ottantaquattro anni suonati -oggi ottantotto (!)- ci chiese come mai fossimo arrivati fino a Broni, mentre ci serviva un “Montebuono” dell’82, come se fosse l’ultimo del carrozzone, lui, pioniere dell’Oltrepo tutto, iconico contadino del vino artigianale italiano.
Un uomo schivo, apparentemente, pacato, altrettanto apparentemente. I racconti dei suoi scontri con mezzi manicaretti della zona, le battaglie giudiziare, vinte. Si pensi che il “Barbacarlo”, fino agli anni novanta del secolo scorso, poteva esser prodotto in ben quarantacinque comuni, QUARANTACINQUE!!!

Furono proprio le battaglie del Cav.Lino Maga, a proprie spese, a ribaltare delle difformità lapalissiane. I vini messi sotto le luci dei riflettori, difatti, non presentavano caratteristiche similari come avrebbero dovuto, pertanto richiese con la voce grossa, di rivendicare il toponimo Barbacarlo, non solo come “cru”, ma anche e soprattutto come nome della cantina; che io sappia è l’unico caso, in Italia.
Ci riuscì, non certo con poche fatiche, ma la soddisfazione fu immensa. I suoi amici fraterni Gianni Brera e Luigi Veronelli furono importantissimi in questa vicenda, spalleggiando il contadino e condividendo ogni sua scelta.

In una scoscesa collina -Porrei- vi è una porzione di vigna -Barbacarlo- divenuta, da toponimo qual’era, giuridicamente riconducibile anche al nome dell’azienda di Broni.

Guardo ogni volta commosso le colline pavesi, che sono il mio dolce orizzonte di pampini. La terra padana si ondula come un immenso mare sfrangiato in profili per me familiari fin dall’infanzia. Le onde sono di intenso verde e via via si fanno violette azzurre celesti fino a confondersi appunto, con il cielo. (…). Le colline emergono roride fuori dai bassi vapori di aprile. Lunghe trecce di filari ne compongono le strane e pur simmetriche pettinature. La vite è di un tenero verde a primavera: il grano di un verde metallico, quasi azzurrino. Poi si disegnano i riquadri ocracei ed è la mietitura. I temporali dilavano l’aria. Le colline si laccano talora di colori brillanti. Qualche costone è fatto calvo dal sole. Come le argille nude mettono sete, viene la vendemmia e i pampini arrossano ai primi brividi d’autunno. Macchie di querce e castagni oppongono terre bruciate, verdi marci, sontuose ocre gialle. E quando il gran soffio del fiume dirada la nebbia, appaiono i dossi bianchi delle colline sorprese dalla neve: ma spesso vi brilla il sole. Le acque dei nostri fiumi sono sinistramente gelide e mettono voglia di stufa. Le colline invece dilatano il respiro, sono imminenti e lontane, familiari e pur favolose. E il vino è la loro sintesi arcana.
Un piccolo trafiletto de “Il vino è sorriso” di Gianni Brera.

E così, oggi, in quella scoscesa collina, grazie alla caparbietà di un uomo vero -ma anche del figlio- si continuano a coltivare le vecchie piante di Croatina, di Uva Rara, di Ughetta, di Barbera, in maniera del tutto rispettosa verso l’ambiente circostante.

Barbacarlo 1994 bevuto a Cortona, alla Taverna Pane e Vino, posto altrettanto magnifico.

Quella briosa spuma che sparisce coi minuti. Quell’essere giovane nella sua maturità. Quell’autunno estivo.
È terroso, leggiadro e ossuto.
Sa di arancia e di china, di ribes e di corteccia.
Muta e non si indigna.
Una fresca balsamicità fa da preludio ad un’ ariosa ventata di sapore al palato.
Dei leggeri tratti selvatici, inaspettati, energici, veri.
Il vino che sorride. Struggente.