Non sono nato in una famiglia di bevitori di vino.
Mia madre se beve mezzo bicchiere va “a gallina”, mio padre beve icchè c’è.
La vena vinosa, con ogni probabilità, proviene dalla parte dei nonni.

Ero piccolo.

Ricordo mio nonno paterno che partiva per andare a prendere il vino in damigiana: il rosso nel Chianti ed il bianco a S.Gimignano.
Al suo ritorno c’erano orde di bottiglie pronte per essere “infiascate”; i movimenti erano sempre gli stessi, ripetuti, fino all’ultima goccia. Il vino si proteggeva dall’ossigeno rovesciando un tappino all’interno della bottiglia colma, con l’olio di vaselina. Ma ricordo anche la tappatrice manuale, un’arnese rudimentale in cui il tappo stava quasi sempre, almeno per un millimetro, al di sopra del foro.

Sulla sua tavola non mancava mai il vino, pranzo e cena; man mano che crescevo qualche bicchiere me lo facevo anch’io. Ricordo dei vini molto scarichi, quasi diluiti.

Per un periodo ne ho comprato di vino sfuso, quando ancora bevevo “tanto per bere”. Non ricordo di averne mai trovato uno che sia stato almeno discreto, ma bastava che accompagnasse la pietanza della Domenica e mi facesse venire il sorriso. Solo col tempo l’ossessione ha preso il sopravvento: man mano iniziavo ad acquistare bottiglie al supermercato, in enoteca, on-line e nelle innumerevoli visite in cantine, per fortuna il sorriso è rimasto, ma anche qualcosa in più.

Oggi di vino sfuso sembra essercene, di buono.
Molti vignaioli stanno aggiungendo alla propria gamma “bag in box” molto comodi e dai costi approcciabili, ma soprattutto con prodotti al suo interno di qualità!!
La nostra cultura richiama a gran voce il vino sfuso, sempre stato parte integrante delle nostre tavole, poco da fare.
Oggi mi viene in mente lo stereotipo del sommelier, il quale appena vede una bottiglia col tappo a vite inizia a stridere come una cavalletta, chiuso nel suo clichè ormai defunto. Negli ultimi tempi sembra che qualcosa stia cambiando a favore della suddetta chiusura, ma sono serviti anni! Col bag in box, per il consumatore medio, forse è diverso. Abituato a comprarlo al supermercato, ma anche a prendersi la damigiana direttamente dal contadino, questa comoda soluzione potrebbe essere qualcosa che spacca il mercato, e si sta sempre parlando di vino sfuso, vediamo!

Un giorno come un altro, o forse no.

Scendo in cantina a prendere due bottiglie per il pranzo Domenicale.
Nel frattempo spunta sulla tavola un’altra bottiglia, ma senza etichetta, con uno strano collarino ed uno scottex attorcigliato.
Dieci secondi di permanenza e viene tolta. Mi dico: “vabbè, mio zio si sarà confuso”. Si, perché quella bottiglia l’aveva portata lui.
Iniziamo a mangiare, tra una chiacchiera e l’altra, i miei vini non si “strozzano” bene, uno rimane a metà e l’altro a 3/4. Ecco che rispunta la bottiglia senza etichetta.

Sembra messa lì, nuda e cruda.

Di vini portati da parenti e conoscenti ne ho bevuti diversi, sempre con risultati alquanto dubbiosi.

Non mi ha detto alcunché fino a quando non ho finito la bottiglia.

Ha sbaragliato la tavola, nonostante gli altri due vini: Alfio Mozzi Valtellina Superiore “Sassella” 2012 e Fattoria del Pino Rosso di Montalcino 2012.

Che vino era?

Damigiana presa da un amico (tale Gibo) a S.Casciano in Val di Pesa.
Sangiovese e probabilmente qualche grappolo di canaiolo.
Vino imperfetto a manetta, ma che, nella sua imperfezione, trasmetteva qualcosa di vero, di sano, di unico. E nel frattempo si sistemava e diventava quasi quadrato. Sapeva di terra rossa e di ciliegia, d’arancia rossa e di rossetto. Questo frutto, puro, cristallino, riecheggiava anche al palato e la saliva era incessante.

Zio perchè ce lo hai fatto bere dopo i miei vini?
Perchè sapevo che era più buono.
Per inciso, mio zio si interessa al vino come io potrei fare con l’ingegneria aerospaziale, ecco.

Riflettere…