Nome ancora fuori dai radar, data anche la giovane età. Chissà per quanto…

La visione prospettica è sempre la sua, lo zampino è di una delle persone più competenti di Borgogna, e non solo, mai conosciute nel Mondo vino.

Giancarlo Marino, “il Magister”, assieme ai ragazzi di DegustateSantolo Cuozzo e Alessio de Angelis– presentano all’Hotel Marriot di Roma, per il primo anno, il nuovo catalogo della giovane distribuzione nata nel 2014.
Il direttore del Domaine Heinz Lochardet –Louis de Belleroche– presenta quattro vini selezionati per l’occasione, di quello che sarà un Domaine sul quale scommetterei quei pochi denari messi da parte.

In Borgogna esiste una consolidata gerarchia delle famiglie. L’assetto proprietario è piuttosto rigido, anche se negli ultimi anni si sono visti passaggi di mano importanti, ma una cosa come quella accaduta a questo Domaine è del tutto desueta.

La genealogia del Domaine.

Fino a 3 anni fa l’azienda si configurava “solo” su 6-7 ettari, oggi ne conta ben venti, anche in parcelle molto importanti.

La famiglia Heitz-Lochardet, che in realtà avrebbe un terzo cognome -Gne- ma non ci addentriamo nel fatidico “bosco di schiaffi”, da due secoli ha una forte tradizione come Maison de Negoce. Agli inizi dell’800 la famiglia era tra i co-proprietari del Clos Vougeot, prima che quest’ultimo fosse parcellizzato; oggi come ben noto sono 85 i proprietari, anche se non tutti imbottigliano a loro nome.
Lo spartiacque a metà Ottocento, con l’avvento della fillossera, la quale scombinò gli equilibri.
La Borgogna è lo specchio di molti periodi di continuità succeduti a piccoli terremoti, i quali riorganizzano questo fronte in modo rivoluzionario, basti pensare alla rivoluzione Francese (1789) che espropriò tutti i beni di proprietà del clero e dell’aristocrazia.

Nel momento in cui si ridisegnò il profilo aziendale su circa 30 ettari -prevalentemente distribuiti nelle migliori appellation della Côte de Beaune- ci fu una scelta importante della stessa, ovvero di non occuparsi più in modo diretto delle vigne di proprietà, ma di concedere in affitto, anche a lungo termine, i propri vigneti a vigneron, ma in larga parte a delle Maison de Negoce; questo andò avanti per oltre un secolo.

La forbice temporale ci permette di arrivare al 2013, quando Armand Heitz, figlio di Brigitte Lochardet, prese la decisione di occuparsi direttamente delle vigne di proprietà, così da riorganizzare le prime vinificazioni delle proprie uve.
Per cui abbiamo un Domaine storico ma relativamente giovane sotto il profilo dell’imbottigliamento.

Armand Heitz

Questa 2016 è solo la terza annata imbottigliata.

Un’accelerazione difficilmente pronosticabile visto il solo ettaro della prima vendemmia, ma rientrati in possesso dei vigneti conferiti in affitto, nel 2017 l’assetto pareva consolidato sui sette ettari.
Dal 2017 al 2018 c’è stato qualcosa di più impegnativo, con oltre dieci ettari rientrati alla proprietà. Quest’ultimo aspetto ha portato non poche complicazioni sotto il profilo gestionale, nonostante ciò, l’espansione aziendale prosegue imperterrita, acquistando una depandance nel cuore del Beaujolais, in uno dei dieci cru-Julienas- con otto ettari annessi. Presto appassionati e addetti ai lavori potranno pescare dal catalogo di Heitz-Lochardet anche dalla parte meridionale della Borgogna.

Nel momento in cui rientrarono in possesso di quel blocco di una decina di ettari tra il 2017 e il 2018, non c’erano più i requisiti per continuare con quell’approccio biodinamico, con il quale si erano caratterizzati sin dal 2013. Nell’organizzazione delle lavorazioni si cerca comunque di aprirsi e dialogare con altre forme alternative alla biodinamica, che ne condividono lo spirito: sono già in permacultura su alcune vigne.
Per cui l’idea è il massimo rispetto per la propria terra e per le generazioni future.

COMUNE, VIGNETO, VINO.
CHASSAGNE E “LA MALTROIE” 1er Cru

Chassagne Montrachet, come si fatica a pensare, negli anni passati, per 2/3 era piantato a pinot noir. Questa scelta è presto detta: una zona molto incline alle gelate invernali, ed il pinot noir, essendo molto più resistente rispetto allo chardonnay -uva decisamente più precoce- aveva più sbocco se non si voleva buttare l’intero raccolto. Con gli anni le cose sono cambiate, anche se spiragli di uva rossa rimangono.

La proprietà del Domaine all’interno di questo climat coincide per 2/3 del totale -circa 70are-. La vigna si trova al centro del paese, non su di un qualche pendio.
Laddove nei Puligny troviamo vini spesso segnati da elementi dettati da grazia, da delicatezza aromatica, dettaglio ed eleganza, Chassagne ha qualcosa in più in termini di austerità dal punto di vista dell’espressività aromatica, però di contro ha una potente traccia sapida che si sposa molto bene con il cibo.
“La Maltroie” è uno dei 1er Cru più importanti del comune, affiancato da “Cailleret” e “Les Grandes Ruchottes”, tutti nella parte alta del comune.

Il Domaine possiede tre parcelle diverse e distinte all’interno del 1er Cru stesso, una piantata giovane, sotto i 10 anni, ma ci sono anche parcelle settantenni, le quali portano un’età media del vigneto ai 45 anni. Queste tre parcelle portano ognuna la propria caratteristica, dalla vitalità delle più giovani all’intensità di sapore delle più vecchie, grazie alle radici che pescano in profondità.

“La Maltroie” fa capo ad una delle parcelle originali da cui l’azienda ripartì dal 2013 al 2015.
Storicamente Chassagne, come anticipato in precedenza, era un comune principalmente basato sulla coltura del Pinot Noir -al contrario di oggi- ma questa vigna ha da sempre mantenuto integra nel tempo, la sua caratteristica che prevedeva sia piante di Chardonnay che di Pinot Noir.

Vino che entra delicato per farsi compulsivamente sferzante. Agrume che frizza, arrotolato ad un frutto morbido e perpetuo. Toni gialli, chiari, cristallini. Vino molto preciso, senza sbavature. Pulizia è la parola d’ordine.

COMUNE, VIGNETO, VINO.
MERSAULT E “LES PERRIÈRES” 1er Cru

Questa porzione vitata di Mersault, a tutti gli effetti, viene assimilata al rango di un Grand Cru.
Da qualche anno è stato istruito il cosiddetto dossier, con i suoi tempi; pensare che a Marsannay è stato presentato 25 anni fa, e solo da 4-5 anni si parla in maniera più sostanziosa del passaggio di dodici Village a Premier Cru. L’amministrazione francese è molto lenta in questo, ma d’altronde tutto il mondo è paese. Questo, visto dal consumatore, può essere una nota positiva, in quanto il prezzo potrà salire di anno in anno, ma non in maniera eccessiva, come se dovesse passare immediatamente a 1er. Nella realtà dei fatti, anche senza la menzione di Grand Cru, il bicchiere parla, i vini hanno una longevità strabiliante, una complessità alla stregua dei migliori Grand Cru.

“Perrières”,  come dice già il nome, è un ex zona di estrazione della pietra, ci sono ancora tracce delle cave, c’è una porzione che non è piantata nemmeno a vigna, non potendo fare nessun tipo di lavorazione, in quanto la presenza della roccia madre è cospicua, arrivando addirittura ad affiorare per buona parte, oltre a ciottoli e pietre; uno dei vigneti più tempestati di sassi, la cui superficie è molto difficile da lavorare, i trattori è molto difficile farli “camminare”. Un Mersault come il mercato non si aspetterebbe, niente peso e niente burro, cliché quest’ultimo che sembra oltrepassato da alcuni vigneron, vivaddìo.

Un vino che risveglia. Ha una vitalità minerale, un’energia cinetica, potente, mai pesante. È proprio la sua energia a donare un dettaglio elegante, soffuso. Vino dalla profondità immane. Uno di quei vini bianchi atti al riposo, del quale ricadere in maniera sicura dopo anni di bottiglia.

COMUNE, VIGNETO, VINO.
POMMARD E “LES PÉZEROLLES”1er Cru
Questo climat è meno sfaccettato, ha meno eterogeneità di matrici geologiche rispetto ai precedenti, anche per la sua inferiore porzione, non arriva a 6 ettari, dove il Domaine ne possiede mezzo.
Un blocco unico di calcare oolitico del Bathoniano, un calcare chiaro, meno duro rispetto alla maggior parte degli altri calcari presenti in Borgogna.
Molto poco tipici i vini di Pèzerolles rispetto a quello che è Pommard nel nostro immaginario.
Dimentichiamoci quei vini carichi nella colorazione, dall’intelaiatura tannica molto serrata, e lenti nello sviluppo aromatico. In questo caso la fisionomia, generalizzando, ha più a che vedere con quella più elegante di un Volnay.
Outsider di Pommard, se prendiamo ad esempio “Rugiens”, il quale potrebbe tranquillamente rientrare nel rango di un Grand Cru, oppure “Epenots” per la sua rigorosa tipicità, “Pèzerolles” rischia di andare contromano rispetto ad un rosso di Pommard.

Quota di spezie orientali e fiori blu al primo naso, una stordente finezza aromatica; Pommard più femminile, più soave. Vino senza peso sotto il profilo tattile, giocato su sfumature impalpabili. Una bella spezia orientale di incenso anche in bocca, non data dal legno come spesso accade nei vini di Borgogna, la quale riesce a legare con l’impatto aromatico. Côte mentolato sul finale, delicato, fresco.

COMUNE, VIGNETO, VINO.
POMMARD E ” LES RUGIENS” 1er Cru

Zona di terre rosse, particolarmente ricca di ossido di ferro, questo sotto il profilo aromatico ha delle conseguenze marcate. Ma non trascuriamo la quota di calcare, la cifra dei suoli di “Rugiens”, il quale da in termini di struttura una presa sapida che tutti gli altri Pommard aziendali non hanno.
Entrambi i vini rossi sono vinificati senza diraspare, ovvero a grappolo intero. Una scelta molto rischiosa, ma dai risultati molto validi se seguita in maniera millimetrica. Riduzione dei legni nuovi del 25% in maniera tale da far emergere il terreno e l’uva.

Energia impressionante.
Il climat si sviluppa su due fronti: parte alta (Rugiens Hauts) e parte bassa (Rugiens Bas), la loro parcella è nella parte alta.
Inizia con nota scura, cupa, ridotta, serrato rispetto al precedente che era già un filo più aperto. Vino molto lento nel concedersi. Vino che in questo momento non è manco alla metà del proprio potenziale. Pur in queste sfavoravoli condizioni di gioventù (non bruciata) sulla distanza si riscatta con gli interessi. Ruggisce come un leone in gabbia. Intrappolato da una rete che imbriglia una materia scoppiettante e divertente. Si, divertente, ma senza tralasciare quella sua parte più rigorosa di sostanziale profondità. Potenziale inaudito per un vino che emana sapore e sale a manetta. Uno di quei vini che non possono mancare in qualsiasi cantina di un qualsiasi appassionato di vino.

Nel tirare le somme trovo i bianchi del Domaine di una precisione mirabile, tecnica che non sovrasta mai la noia. Sui rossi, per quanto mi riguarda, ho trovato quella spigliatezza danzante diversa dai bianchi, vini più “lasciati andare”, sempre con coscenza e rigore. Da quest’ultimi ho trovato più divertimento e più coinvolgimento, vini che rientrano in maniera totalizzante nella mia visione del vino! Fantastique.