Storie, luoghi, persone.

Affrontare giornate del genere suscita in me un fascino incredibile. I giorni che precedono la degustazione riprendo i testi in mano per scandagliare ogni zolla -soprattutto se si parla di Borgogna- e conoscere finanche il nome del cugino dell’Abate di Cluny.

Questo perché il vino, da ogni lato lo si guardi, non può ridursi a mero liquido nel bicchiere; racconti di uomini e di donne, di fatiche, ma soprattutto di storia e di cultura.

La Borgogna, nel caso sopra citato, ha fatto parlare di sé per secoli, fa tutt’oggi parlare e continuerà a farlo,
anche grazie ad un DNA contadino portato avanti per generazioni.

Chiunque fa e voglia far vino, deve calpestare questi terreni, deve stringere le mani segnate dei vigneron, deve confrontarsi con loro e non tenerli a distanza come i cugini cattivi. Senza parlare del pellegrinaggio di ogni appassionato che si ritenga tale, obbligatorio come una multa da pagare.

Ma passiamo alla sostanza.

Renè Engel fu una figura di spicco nell’enologia prebellica Borgognona. Oltre ad insegnare enologia per 35 anni all’università di Digione, fu uno dei fondatori del Confrérie des Chevaliers du Tastevin, assieme a Camille Rodier e Jacques Prieur. All’epoca l’economia non era affatto rosea, si faceva fatica a vendere quelli che tutt’oggi sono miraggi per appassionati e commercianti. Mirabile la sua intraprendenza comunicativa, tanto da ridondare l’intera Côte d’Or. Una grossa perdita per tutto il comparto il suo ritiro nel 1949. Lo successe il figlio, Pierre Engel, sindaco di Vosne dal 1959 al 1971, uomo di elevata cultura classica, il quale si ammalò intorno al 1970 ed il Domaine vide un abbandono inesorabile. Dopo la sua morte, solo un figlio era realmente interessato nel portare avanti una tradizione familiare che non poteva e non doveva vedere interruzioni, come poi si verificherà in futuro.
Philippe Engel, nonostante la giovane età di 26 anni, si caricò sulle spalle l’intero Domaine, coadiuvato dell’aiuto di sua madre e dagli irrinunciabili consigli del nonno, René. Furono i primi anni ’90 a posizionare il Domaine Engel nel palco dei grandi produttori di Borgogna.
Il parco vigne era di tutto rispetto: a Vosne possedevano tre parcelle classificate village, per un totale di circa 2.50 ha; 1 ettaro nel 1er Cru “Les Brûlées” con piante di 60 anni; poco più di mezzo ettaro nel Grand Cru “Echezeaux”, per arrivare ad un altro mezzo ettaro nel “Grands-Echezeaux”. Inoltre, nel calderone del “Clos Vougeot”, erano proprietari di 1.50 ha, in una delle migliori posizioni, in alto, sopra al Castello, nel lieut-dix “Quartier des Marei Haut”.

lieut-dix “Quartier des Marei Haut”

La prematura scomparsa di Philippe nel 2004 non ha visto purtroppo un seguito, con sommo rammarico da parte di colleghi e appassionati. Il Domaine è stato acquisito nel 2006 da François Pinault -giá proprietario di Château Latour- sotto il nome di Domaine d’Eugenie, che per l’occasione è stato aperto per vederne le sfumature e le eventuali affinità.
Di seguito una doppia verticale dei due Grand Cru prodotti dal Domaine René Engel…

Si parte.

Clos Vougeot 2004 
profuma quasi di mare per 5 minuti, poi inesorabilmente il ritiro delle acque, dove gli accenni di liquirizia, anch’essi, scompaiono in un nano secondo. La parabola è discendente, panna dolce e cavolo cotto. Bocca sfuggente, diluita, troppo asciugante sul finale, tanto da non rendere piacevole il sorso. Ultimo vino prodotto dalla dinastia Engel, bottiglie che superano i mille euro, io non metterei neppure quaranta fiorini. Bocciato.

Clos Vougeot 2003
Inizia maluccio, con lievi note ossido/chinottose. Si sposta su sensazioni ferrose, il ché fa presagire sviluppi positivi. Si rivolta nel bicchiere ed il percorso è esattamente opposto al precedente. Assaggio di materia, spesso, più rustico che elegante. Spara profumi di tè e di pane caldo, su di un finale balsamico. Vino compiuto. Questa sua linearità lo può portare ancora avanti nel tempo, ma senza migliorie. Danzante.

Clos Vougeot 2002
I cavalli di razza si riconoscono fin da subito. Agrume rosso, sale grosso, fiore viola, un frutto scintillante che gli altri non avevano. Spinge sull’acceleratore dell’acidità, teso come una corda di violino, ma ancora non è sinfonia, strimpellate come un giovane al conservatorio. Una miriade di tannini, puntuti, disegnati, salati. Ecco. Ha girato la chiave. Due mandate e la goduria finisce, attendendolo per tutto il pomeriggio non ha piu messo la testa fuori, ripassare tra un lustro. Mezzo immenso..

Clos Vougeot 2000
Inizio scuro e di pelliccia, poi si colora ridisegnandosi ballerina classica, con stile e finezza. Palato felpato, dolce, cosi come dolce è il frutto e la spezia.
Si allarga con garbo, risultando molto femminile, al contrario di quello che ti aspetteresti da un Vougeot.
Vino che sicuramente non cederá a breve, con leggerezza e in silenzio, procederà a testa alta verso mete esotiche. Sorpresa.

Bonus Track
Domaine d’Eugenie Grands Echezeaux 2007
seconda annata della nuova proprietà. Vino servito alla cieca, ho fatto fatica a riconoscere il vitigno, ho pensato ad un Barolo moderno (!). Scuro e poco definito, prugna e liquirizia, fiori da diario. Bocca non molto mobile.Dicono che le ultime annate siano molto diverse, sicuramente frutto di esperienza maturata sul campo, assaggeremo.

Grands Échezeaux 2004 
Il registro cambia, ma cambia anche l’apporto dei legni (che siano stati nuovi e l’annata non ha permesso di digerirli?!). Profilo quasi mediterraneo, oliva al forno, poi una spruzzata d’incenso. Spezie e richiami silvestri. Trama sicuramente più spessa del Clos Vougeot pari annata, ma il tannino risulta verde e sgarbato, gli accenni vegetali iniziano ad uscire e perde quel poco di garbatezza olfattiva con la quale rimaneva aggrappato agli specchi. Duemilaquattro.

Grands Échezeaux 2002 
Il frutto iniziale di entrambi i 2002 è di mille colori, esponenziale rispetto agli altri vini. Anche su di lui il legno apporta note dolci. Dovendo, per dover di cronaca, accostarlo al pari annata, direi fugacemente meno stratificato. Riesco appena a snasare un idea di pompelmo rosa, che rifugge negli inferi, lasciando su ognuno di noi un velo di delusione. Solo un caso che questi 2002 si siano ritirati come soldati dopo mezz’ora nel bicchiere? Battaglia persa.

Grands Échezeaux 2001 
Non nego di averci messo più del dovuto per entrarci in contatto. Naso leggero, ma pungente: pepe bianco, mandarino, lampone, lavanda. I colori si fanno nitidi e il sole attraversa il vino. Effluvi balsamici caldi a riscaldare, l’incenso. Assaggio potente, ricco, di carattere. Corroborante a tratti, riesce a nascondere un’acidità che lavora dietro le quinte e scioglie una miriade di tannini, calibrando il sorso verso il piacere ed il succo. Dionisiaco!

Grands Échezeaux 1999
Questo ha lasciato a più di qualcuno dubbi e perplessità. Dovessi paragonare il palato del Grands Echezeaux 1999 con tutti gli altri, se la giocherebbe su campo neutro 10 contro 11; niente da invidiare ai migliori della batteria. Algido inizialmente, di cuore successivamente. Sapore e graffio. Peccato per un naso impreciso, poco solare, dove il cromatismo olfattivo stava sotto ad una coltre di speranza. Quella speranza mai raggiunta, anche se le sensazioni non percepite al naso arrivano al palato, un succo di frutta ai lamponi, il cardamomo e la viola. Un gran peccato. Dottor Jackill & Mr.Hide

Grands Échezeaux 1999

Grands Échezeaux 1996
Odora di mortadella per un buon quarto d’ora, vedo storcere nasi, ma io non mi scalfisco. Poi parte, e come se parte. Arancia rossa di Sicilia, sigaro, spezia verde, menta. La bocca è dinamica, progredisce in sottrazione, sfinata e celeste. Non ha il passo dei grandi, perdendo qualche punto in profondità gustativa. Vino da stappare senza troppe remore per goderne a pieno in questo momento.

Constatazioni finali:

sono rimasto sorpreso dalla batteria dei Clos Vougeot, sicuramente dai tratti rustici ma in alcune annate molto fini. Mi è sembrato diverso anche l’apporto del legno, più marcato nei Grands Echezeaux 2004 e Grands Echezeaux 2002, dove anche la bocca mancava di grazia, a tratti sfibrata. Grandissimi sono stati il Clos Vougeot 2002, anche se al 50% del suo potenziale, mi chiedo dove possa arrivare (!!!) e Grands Echezeau 2001, esempi lampanti del perché in questa striscia di terra, si facciano i più grandi vini del Mondo.

Ringrazio gli amici Beppe e Alessandro per aver messo in piedi una giornata magnifica.